MONTEZAGA
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Guglielmina la Boema

24 dicembre 2012Personaggi7 min di lettura

FotoVedi sul blog originaleQuesta è la storia di Gugliemina detta la Boema. Uno dei misteri tanto affascinante quanto poco narrato del medioevo meneghino. Attorno all'anno 1270 una giovane donna con modi assai eleganti ma con pochi soldi in tasca trovò dimora alla Bregonia, tra Porta Orientale e Porta Tosa. Con se aveva un figlio di pochi mesi e non era accompagnata da un marito. Le sue origini non erano milanesi nè tanto meno italiane. La presenza di una straniera in quel rione non era cosa di tutti i giorni per quell'epoca e Guglielmina suscitò presto la curiosità della gente del rione. Molti si chiedevano chi lei fosse e perchè fosse giunta in Italia, chi fosse il padre del piccolo e per quale motivo non la accompagnasse. Certo era che questa giovane forestiera era povera e non sarebbe stata in grado di mantenere se ed il bambino. Con il suo italiano stentato Guglielmina dipengeva di se un quadtro da favola. Diceva di essere una principessa figlia del sovrano di Boemia e di sua moglie la regina Costanza. La sua gentilezza i suoi modi educati e l'aspetto delicato e fragile davano credibilità al suo racconto ma ciò che non era chiaro era il motivo che l'aveva indotta a lasciare una famiglia di tale lignaggio per recarsi in un povero quartiere di Milano. La storia racconta che in Boemia nella seconda metà del XIII secolo, la regina Costanza, moglie di Premislao, ebbe tre figlie femmine di cui una, chiamata Agnese, prese frozatamente i voti. Ciò diede adito alle alle più svariate supposizioni: che Gugliemina ed Agnese fossero la stessa persona, che la figlia di Premislao fosse una sorta di Monaca di Monza e che il figlio che Gugliemina portava con se fosse il frutto della colpa e che la giovane donna fosse scappata dal regno per sfuggire alla punizione che invece aveva colpito il suo amato. Alle chiacchere e ai pettegolezzi che la riguardavano presto si sostituì una sincera ammirazione nei confronti di una persona così adorabile che si comportava davvero come una principessa a dispetto del suo stato d'indigenza che comunque portava con distinta dignità. Difficile credere una millantatriche una donna che nonostante le molte difficoltà che doveva combattere nella vita quotidiana, si mostrasse sempre di animo nobile e dedito a soccorrere chi aveva bisogno come lei. Questa forestiera dal misterioso passato divenne amica premurosa degli orfanelli senza tetto, dei malati e dei moribondi al cui capezzale trascorreva le ore. Le sua dedizione al prossimo non fu intaccata nemmeno dal grave lutto che la colpì quando il suo bambino morì prematuramente. Agli occhi della gente comune questa giovane donna non era più nè straniera nè principessa ma un angelo disceso dal cielo. Fu in quel triste momento della sua vita che Guglielmina decise di lasciare la Bregogna e di trasferì nella contrada di San Pietro all'Orto dove esiste ancora oggi una via che porta il suo nome, alle spalle del famoso Duomo. La voce popolare aveva già distroto la figura di Guglielmina rendendola un sorta di guaritrice, santa taumaturga. Fu allora che la Chiesa di Roma incominciò ad interessarsi alla sua figura. In particolare le suore Umiliate del Monastero di Santa Caterina in Brera arrivarono a stabilire con lei un rapporto molto stretto. Si dice che il legame tra Gulgliemina e quest'ordine fosse un uomo, un benestante cittadino milanese, probabilmente un mercante, tale Andrea Saramita, così affezionato e devoto all'ordine da affidare loro una sorella e una figlia. Il Saramita oltre a essere devoto era anche un noto viveur tanto da far nascere il sospetto che Guglielmina fosse addirittura la sua mante. Il Saramita fu così preso dalla figura di Guglielmina da farsene profeta e creare un vero e prorpio culto incentrato sulla sua della quale decantava non solo la santità ma addirittura la natura divina. Egli arrivò al punto di dichiararla l'incarnazione dello Spirito Santo come Gesù Cristo lo era di Dio. Tali affermazioni specie in quell'epoca, erano considerate dalla Chiesa un vera e propria eresia e avrebbero facilmente portato la donna ad un processo davanti al Tribunale dei Santi Uffizi ed il fatto che non fosse solo il popolo a venerarla ma anche un gruppo di religiose sottoposte all'autorità della Chiesa Romana, era un equivoco che avrebbe poputo generare consegueze pericolose e pertanto da risolvere al più presto.  Gugliemina subì ben due volte le inchieste ed il processo della Santa Inquisizione in un periodo in cui la Chiesa incominciò a mietere centinaia di vittime nella cosidetta "caccia alle sterghe". Nel caso di Guglielmina l'inquisizione fece due volte un buco nell'acqua. Era noto che la Boema aveva preso le distanze dalle dichiarazioni del Saramita tanto è vero che aveva rotto i rapporti con lui e che aveva rifiutato fermamente le affermazioni dell'uomo circa la presunta natura divina dallo stesso attribuitale. Per circa dieci anni Guglielmina continuò quindi la sua opera di cura nei confronti dei bisognosi senza essere imputabile di alcunchè. Preseguì il suo connubio con le Umiliate e si avvicinarono inoltre a lei e alla sua particolare spiritualità anche i monaci cistercensi dell'Abazia di Chiaravalle a Sud di Milano. Fu proprio nell'Abazia di Chiaravalle che la nostra Giuglielmina fu sepolta dopo la sua improvvisa morte dato che fu lei stessa a chiedere che le sue spoglie trovassero rifugio in quell'abazia. Era il 24 Agosto del 1281. Una folla seguì in corteo il suo feretro fino al luogo dell'eterno riposo. Certo è che la fama di Gugliemina non si estinse con il suo corpo mortale. La morte della pia donna anzichè far dimenticare la sua figura ne rinvingorì il ricordo. Infatti se da viva Guglielmina era stata la santa del popolo adesso la morte offriva la giusta distanza che la potè inalzare facilmente ad idolo di culto. Così ella passò da essere ammirata, stimata ed amata ad essere venerata. La sua tomba divenne meta di quotidiani pellegrinaggi con richieste di grazie e miracoli. Fu proprio Andrea Saramita a sistematizzare il culto che sorse spontaneamente intorno alla figura di Guglielmina e a raccogliere i devolti organizzandoli in un ordine: i guglielmiti. Secondo il Saramita Guglielmina era l'incarnazione dello Spirito Santo e sarebbe risorta nel corpo il giorno della Pentecoste. Quattrro vangeli racolsero l'eredità di Gugliemina, a firma dello stesso Saramita e fu eletta una sorta di "Papessa" Maifrada Pirovano, una suora Umiliata indicata da Guglielmina come sua erede. Fu così che nacque una vera e propria Chiesa.  Le file dei guglielmiti si arrichivano giornalmente di schiere di adepti, letteralmente invasati dalla figura di Guglielmina. Nacquero gerarchie, inni, una calendario liturgico con festività e furono officiate messe. I devoti si radunavono in più sedi ma i centri privilegiati erano il chiostro dell'Abazia di Chiravalle ed il Monastero delle Umiliate. La storia del culto culminò con la consacrazione a "Papessa" di Maifreda che annunciò inoltre la resurrezione della Boema. Tutto ciò ebbe luogo il giorno di Pasqua del 1299. Fu questo atto che portò la chiesa Romana a decidere di agire fermamente prima che il culto soppiantasse la stessa Chiesa di Roma. Ormai tra le fila dei guglielmiti vi erano personaggi di grosso calibro a comincisare dalla "Pepessa" Maifrea, della famiglia Pirovano, cugina niente meno che di Matteo Visconti, signore di Milano. Le pratiche di questa "Nuova Chiesa" stavano divenendo ormai così affernate e ricche di seguaci che nel 1300 ebbe inizio il processo a carico di tutti gli appartenti all'orine dei guglielminti. Ma non vi furono stermini di massa anzi l'Inquisiuzione si dimostrò eccezionalmente clemente nei confornti dei fratelli "deviati" che furono riconosciuti per essere gente sempliciotta traviata dall'immagine di una donna che aveva fatto tanto per i poveri ed i negletti. La sentenza capitale fu pronunciata per coloro che si rifiutarono di abiurare e di ricongiungersi alla Chiesa Cattolica Romana ossia coloro che promossero l'eresia stessa: Andre Saramita, Maifrade Pirovano e pochi altri che arsero vivi sui roghi allestiti nel Dicemnre dello stesso anno a Sant'Eustrorgio sede dell'allora Tribunale. Da quanto emerse dagli atti del processo contro Maifreda veniamo a conoscenza dei capi d'accusa mossi contro di lei: la donna avrebbe dispensato benedizioni, officiato messa, somministrato l'eucarestia e ricevuto omaggi dovuti a un Papa. Ma per avere la certezza di estrimpare il culto alla radici la Chiesa intervenì sul cuore del culto professato dai guglielmiti: le spoglie della Boema. Dato che era ormai nota per tutta Milano la voce secondo cui anche dalla tomba la Santa fosse in grado di compiere miracoli, i resti di Guglielmina furono riesumati e arsi sul rogo. Fu così che con tale accanimento venne compiuto dalla Chiesa un'atto bizzarro ed indegno dell'opera di una donna misericonrdiosamente cristiana. Guglielemina vissuta e morta da santa fu così condannata eretica già defunta e le sue spoglie spregevolmente violate.  La storia di Guglielmina detta la Boema esprime in modo esemplare la contraddittorietà della spiritualità medioevale nella quale una pira infuocata separava la santità dall'eresia.

Bibliografia:

Le Grandi donne di Milano, Daniela Ferro, Newton Compton Editori 2007

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