Il Duomo di Modena: storia, architettura e simbolismo delle sculture
Pochi edifici in Europa raccontano la propria storia con la franchezza del Duomo di Modena. Le sue pietre portano i nomi degli uomini che lo progettarono e lo scolpirono, un manoscritto ricorda il giorno in cui furono gettate le fondamenta e le sue pareti sono affollate di profeti, mostri, sirene e favole che chiedono ancora di essere lette. Insieme alla Torre Ghirlandina e a Piazza Grande, dal 1997 è Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

I. Una cattedrale nata dalla tomba di un santo
Alla fine dell'XI secolo Modena aveva già una cattedrale, costruita sulla tomba del suo patrono, il vescovo del IV secolo san Geminiano. Negli anni Novanta di quel secolo la chiesa era ritenuta inadeguata, e clero e cittadini decisero di sostituirla con un edificio degno del santo. I lavori per le fondamenta iniziarono nella primavera del 1099, negli anni della Prima Crociata, sotto la direzione di un architetto di nome Lanfranco.
Di questi inizi sappiamo moltissimo grazie alla Relatio de innovatione ecclesie Sancti Geminiani, una breve cronaca conservata nell'Archivio Capitolare. Le sue miniature mostrano Lanfranco, definito "mirabile artefice", mentre dirige muratori e operai. Ricordano inoltre la solenne traslazione delle reliquie del santo nel 1106, alla presenza di papa Pasquale II, invitato a Modena dalla contessa Matilde di Canossa, la sovrana più potente della regione. L'edificio completato fu infine consacrato nel 1184 da papa Lucio III.
La cronaca racconta anche un ritrovamento fortunato: cercando pietra nel terreno, i costruttori portarono alla luce i marmi delle rovine della Mutina romana. Molti furono reimpiegati nella nuova chiesa, una scelta pratica che conteneva anche un messaggio: la città cristiana sorgeva letteralmente sui resti di quella antica.
II. L'architettura di Lanfranco: proporzione e luce
Il progetto di Lanfranco è una basilica a tre navate, senza transetto sporgente, conclusa da tre absidi. All'esterno una galleria continua di aperture a trifora avvolge l'edificio come una cintura, alleggerendo la massa dei muri e dando all'esterno il suo ritmo inconfondibile. Lesene e archi ciechi dividono le superfici in campate regolari, così che la struttura interna si legge già da fuori.

All'interno la navata alterna robusti pilastri compositi e colonne più snelle, ed è coperta da volte a crociera aggiunte nel Quattrocento al posto dell'originario tetto a capriate. L'elemento più sorprendente è il presbiterio rialzato: il pavimento del coro si trova ben sopra la navata, perché sotto di esso si apre la cripta che custodisce la tomba di san Geminiano. Il fedele vede così l'altare sollevato davanti a sé, mentre la tomba del santo resta sotto, in parte nascosta e in parte visibile: un'espressione visiva del legame tra la celebrazione eucaristica e il culto delle reliquie.


III. Wiligelmo e la facciata: la storia della salvezza nella pietra
Se Lanfranco diede alla cattedrale il suo corpo, lo scultore Wiligelmo le diede la voce. Un'epigrafe in facciata, sorretta dai profeti Enoch ed Elia, lo celebra con parole rare per l'epoca: Inter scultores quanto sis dignus onore claret scultura nunc Wiligelme tua, "Quanto tu sia degno di onore tra gli scultori, Wiligelmo, lo dimostra ora la tua scultura". In un tempo in cui la maggior parte degli artisti restava anonima, i committenti scelsero di lodare pubblicamente lo scultore accanto all'architetto. L'UNESCO indica proprio questa collaborazione tra le ragioni del valore universale dell'edificio.
L'opera più nota di Wiligelmo è il ciclo di quattro lunghi rilievi in facciata con le storie della Genesi: la creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la cacciata dal Paradiso, il lavoro dei progenitori, i sacrifici di Caino e Abele, il primo omicidio e il Diluvio. Le figure sono pesanti, quasi massicce, disposte sotto piccole arcate come su un palcoscenico, e si muovono con un'immediatezza che i fedeli nella piazza potevano comprendere senza leggere una parola.

Il tema non è casuale. I rilievi iniziano con la creazione e terminano con Noè, la cui arca molti commentatori leggevano come immagine della Chiesa che porta l'umanità in salvo. Chi entrava in cattedrale era quindi invitato a vedere l'edificio stesso come una nuova arca, e a passare dalla storia del peccato alla storia della salvezza.
Il portale maggiore è custodito da due leoni accovacciati che reggono le colonne del protiro. I leoni alle porte delle chiese erano comuni nell'Italia romanica: facevano da guardiani contro il male, richiamavano il leone della tribù di Giuda, immagine di Cristo, e segnavano la soglia come luogo di giudizio, dove finiva il mondo profano e cominciava quello sacro.


La croce patente al centro del rosone merita una nota. La stessa forma, con i bracci che si allargano verso le estremità, compare in molti edifici sacri del periodo ed è stata spesso collegata, nella letteratura divulgativa, ai Templari, come abbiamo visto nell'articolo su Santa Maria della Rocca a Offida. A Modena non c'è alcuna prova di un simile legame: qui la croce sta semplicemente al centro di una ruota di luce, immagine classica di Cristo come sole da cui tutto si irradia.
IV. La Porta della Pescheria: le favole e il primo re Artù
Sul lato nord, verso l'antico mercato del pesce, si apre la Porta della Pescheria. Gli stipiti mostrano i lavori dei mesi, mentre l'archivolto conserva una delle grandi sorprese dell'arte medievale: una scena del ciclo arturiano, con cavalieri identificati da iscrizioni, tra cui Artus de Bretania, che assaltano un castello per liberare una dama prigioniera. Gli studiosi la datano all'inizio del XII secolo, forse tra il 1120 e il 1140: sarebbe così la più antica scultura monumentale conosciuta della leggenda arturiana, più antica dei primi romanzi scritti giunti fino a noi.
L'architrave sottostante non è meno affascinante. I suoi riquadri mostrano animali tratti dalle favole che i predicatori medievali amavano usare come lezioni morali.




V. Un bestiario di pietra: capitelli, sirene e mostri
Tutt'intorno all'edificio, i capitelli delle gallerie esterne e i rilievi inseriti nei muri formano un vero bestiario di pietra. Le loro creature vengono dal Physiologus tardoantico, dai bestiari e dalla lunga tradizione di animali fantastici che il Medioevo ereditò dal mondo classico. Come spiegato nell'articolo sul simbolismo dei capitelli romanici, queste figure erano raramente semplice decorazione: ammonivano, insegnavano e proteggevano.








VI. Le metope: i popoli ai confini del mondo
In alto, sulla sommità dei contrafforti, i costruttori collocarono una serie di lastre quadrate note come metope. Gli originali, oggi conservati nei Musei del Duomo e sostituiti sull'edificio da copie, sono tra le sculture più strane del Medioevo europeo. Raffigurano le "razze mostruose" che i geografi antichi collocavano ai margini del mondo conosciuto, esseri descritti in testi come l'altomedievale Liber monstrorum.
Perché metterle su una cattedrale? Una lettura molto accreditata è che le metope, poste al margine esterno dell'edificio, rappresentino il margine esterno del mondo: anche i popoli più lontani e strani appartengono alla creazione di Dio e sono chiamati alla salvezza. La cattedrale diventa così una mappa del cosmo, con il centro sacro all'interno e i confini dell'umanità all'esterno.








VII. Il pontile e la cripta: il cuore della cattedrale
Tra la navata e il presbiterio rialzato si innalza il pontile, la grande struttura costruita dai Maestri Campionesi, scultori originari della zona di Campione, sul lago di Lugano, che lavorarono alla cattedrale dalla fine del XII secolo. Il suo parapetto, scolpito con scene della Passione di Cristo, poggia su colonne sorrette da leoni e telamoni accovacciati. Il simbolismo è chiaro: il male e il peso del peccato umano sono letteralmente posti sotto i piedi del sacro.



Sotto il presbiterio si apre la cripta, una foresta di colonne sottili dove è custodita la tomba di san Geminiano. I suoi capitelli, scolpiti dalla bottega di Wiligelmo e da maestri successivi, ripetono in scala più piccola e intima i temi dell'esterno: figure umane, leoni, uccelli dalla testa umana e fogliami che sembrano crescere dalla pietra.







VIII. Conclusione: un libro di pietra per un'intera città
Il Duomo di Modena è più di un capolavoro dell'arte romanica. È il frutto di un patto tra un vescovo, una città e i suoi artisti, scritto nella pietra e firmato con i loro nomi. L'architettura di Lanfranco dà all'edificio ordine e proporzione; i rilievi di Wiligelmo raccontano la storia dell'umanità dalla creazione al Diluvio; il bestiario dei capitelli e i popoli mostruosi delle metope ricordano che il mondo è vasto, strano e pieno di pericoli, ma resta compreso nel disegno di Dio.
Stando in Piazza Grande, sotto la Ghirlandina, è ancora possibile leggere questo libro di pietra come lo leggevano i modenesi novecento anni fa: partendo dalla facciata e dalla storia di Adamo, varcando la soglia custodita dai leoni e scendendo infine nella cripta, alla tomba del santo attorno al quale è stata costruita l'intera città.
Fonti e approfondimenti
- UNESCO World Heritage Centre, Cathedral, Torre Civica and Piazza Grande, Modena.
- Comune di Modena, Sito Patrimonio Mondiale di Modena: la Cattedrale.
- Musei del Duomo di Modena, pannelli informativi sulle metope (consultati nell’ottobre 2026).
- Relatio de innovatione ecclesie Sancti Geminiani, Modena, Archivio Capitolare.
- R. Stone, The Arthurian sculptures on the Porta della Pescheria of Modena Cathedral (scheda bibliografica).
Fotografie di Montezaga, ottobre 2026.